Spesso si ritiene che quella della fecondazione artificiale sia una storia del Novecento mentre, in realtà, comincia molto prima con gli esperimenti di Lazzaro Spallanzani, un sacerdote emiliano Professore di Storia Naturale all’Università di Pavia, che, negli anni Settanta del Settecento, pervenne a realizzare in laboratorio fecondazioni artificiali sia extracorporee sia intracorporee. A partire dallo studio di rane, salamandre, cani Spallanzani giunse alla stesura di un articolo enciclopedico nel 1779, Fecondazione artificiale, dove si teorizzavano le sue scoperte.
Gli esperimenti e i risultati della ricerca di Spallanzani crearono da subito grande fervore all’interno della Comunità scientifica dell’epoca. I maggiori esponenti scientifici europei avevano riconosciuto da subito le implicazioni delle ricerche che, partite dagli animali, da lì a poco avrebbero potuto trasferirsi all’uomo. Nel 1781, da Ginevra, Charles Bonnet scrisse a Spallanzani: «Non è detto che la vostra recente scoperta non abbia un giorno nella specie umana applicazioni che noi non osiamo pensare, le cui conseguenze non sarebbero certo lievi. Voi mi intendete…».
Questa previsione non tardò infatti a verificarsi. Circa dopo dieci anni, verso la fine del secolo, un noto chirurgo inglese, John Hunter, riuscì a fecondare una donna che non poteva avere figli a causa di un’anomalia genitale del marito iniettandole il seme di questi con una siringa riscaldata.
Per circa mezzo secolo la ricerca si interruppe. Con la metà dell’Ottocento, medici di vari paesi, soprattutto francesi, cominciarono ad applicare tecniche per determinare artificialmente la riproduzione e, negli anni Sessanta dell’Ottocento, un medico francese, Louis Girault, che già da vent’anni circa si occupava di fecondazioni artificiali, rese nota la sua pratica. Da allora, il problema della fecondazione artificiale si connotò di problemi non solo clinici, anche morali, giuridici e teologici.
Nell’età della regina Vittoria, durante il XIX secolo, la congregazione vaticana del Sant’Uffizio decretò, in ambito riservato al clero, l’illegittimità della fecondazione artificiale. Ma la Chiesa cattolica dovette fare i conti con un interesse sempre crescente rispetto a questa novità. In quegli anni si fece spazio un secondo protagonista italiano di questa storia, Professore all’Università di Pavia: il fisiologo milanese Paolo Mantegazza. Con il suo studio sullo sperma umano del 1866 suggerì due idee pionieristiche: il congelamento del seme maschile e la creazione di una banca per la sua conservazione. «Potrà anche darsi che un marito morto sui campi di battaglia possa fecondare sua moglie anche fatto cadavere, e avere dei figli legittimi anche dopo la di lui morte». E non mancò, nel 1897, la condanna ormai pubblica della fecondazione artificiale da parte della Chiesa. L’inseminazione artificiale era contraria al diritto, moralmente disonesta e teologicamente immorale.
Fu solo nel XX secolo – a partire dagli anni Venti, dopo il trauma demografico e psicologico della Grande guerra – che la fecondazione artificiale divenne opzione terapeutica veramente diffusa nell’Europa continentale, in Gran Bretagna e più ancora negli Stati Uniti. Si intrecciò ai progressi dell’eugenetica a cui conseguirono implicazioni sociali, giuridiche e bioetiche.
La prima persona concepita in provetta, Louise Brown, è nata nel 1978, in Inghilterra.
Bibliografia: Betta E., L’altra genesi: storia della fecondazione artificiale, Carocci Editore, 2012